Bozza automatica

Bozza AUTOMatica

Troppo bella

E poi ci sono quelle cose, quelle che fanno i grandi, e adesso anche i più piccoli e i rumorosi, da coming out…

A me hanno sempre avuto l’abitudine di provare a riscrivermi. Per carità, non che fossi mai stata perfetta MAI, in nessuna precisa stagione. Sarà che si dice così: riscrivere, come su un cd, un supporto, uno sciassì (da chassis?), come ho sentito dire. Qui a Catania può dirti così, ou lo sai che c’hai bello sciassì? da modificare, si scopre dopo, ma è così. Di recente mi sono accorta di essere proprio un progetto. Quelle volte che le cose le vedi di lato, come se le informazioni possano essere ali che librano intorno ma mai perfettamente davanti. Per non farsi bene mettere a fuoco. Per non essere abbattute. Perché in fondo, suppongo, certi programmi vadano abbattuti per principio.

Allora ho fatto mezzo sorriso ogni volta, valutato curiosa, sono rimasta a giocare. Mi piace l’idea, mi sono detta, mi piace chi mi vuole aggiustare, voglio vedere dove vuole arrivare. Certo da piccola non sarei stata d’accordo. Sapevo tutto io. Non avrei mai permesso a un altro di smussare la mia carcassa, per il principio di prima, per coerenza, per l’incredibile vuoto che c’è dentro il sarcofago della personalità dei vent’anni e che va riempito e non di certo da altri. Oggi è abbastanza denso, almeno non si sente l’eco, riempito quantomeno dal tempo che vi si è depositato dentro. Storia di non molto tempo fa, ero pronta. Pronta a imparare, a passare da bruco a farfalla, la farfalla che voleva lui, cosciente che non mi avrebbe trasformata mai ma solo arricchita. D’altronde mi aveva apostrofato giunonica invece che cicciottella. 🙂 C’ha da alibi una certa poesia alternata a maniere di merda a scarti di brodo, a rabbie fulminanti e fulminee, scariche di tensione. Ma mi sono scoperta migliore tra le sue mani, non una volta, mille. Un certo percorso da manipolatore di vasi, errante, imperfetto ma lineare, tanto da generare materia perfetta e inusuale. CERto difficile da spiegare per me, di conseguenza incomprensibile per gli altri.

Ci sono cose per cui non accogliamo nessuna critica, le manteniamo con quel rosa di congiunzione che si forma dopo un taglio profondo, bene a vista e sempre acceso. Cicatrici che urlano come sirene che toccarle non è assolutamente un bene. Forse perché lo amo, forse perché mi rende geniale, forse perché, sebbene non riesca lui ad accettare di “vivere” a questo giro, mostrando l’attesa per la prossima reincarnazione, un certo occhio fotografico gli dà la innata genialità della luce sferragliata dall’ombra in cui mettere un dito, un marchio ed è sua. Forse. Forse perché in questo incrocio di rette e di collisioni si crea un’energia che anche questa non ve la so spiegare ma il marchio è solenne, di categoria. Pensare di perderlo è, egoisticamente, pensare di fermare un’ascesa e rimanere terrena. Ed è difficile scollarsi da una raccolta di musica jazz, che tu non c’hai capito niente mai, impegnata a crescere su altri fronti, ma ti attirano e ti esaltano tutti i suoni, per rimanere invece sul commerciale che ti farà ballare quest’anno, lo suona il gelataio, il chiosco della piazza e ce ne sarà un altro il prossimo anno. Scollarsi da un grottesco lato al buio di questo tornitore…

ma non è stato sempre così.

 Ebbene, il mio primo fidanzato maggiorenne diceva che avevo il culoaccuore che non era perfetto perché non mi ha reperita proprio deperita, perché deperita non lo sono stata mai, ma che quindi si poteva fare qualcosa, ci voleva un po’ d’impegno. Ce la farai. Passavo poi il tempo allo specchio… sto culoaccuore non l’ho visto mai e, di sicuro, una passata dall’oculista serviva a lui.

Per quello prima di lui, che ante 14 non si poteva definire fidanzato ma fidanzatino, di quelli che a volte uno dei due, che si è fidanzati, non lo sa, nel senso che non sa cosa vuol dire, le parole giuste, i regalini, i mesiversari, le settimanine… per quello prima, dicevo, ci sarebbe voluto un altro dottore. Una volta dava una festa a casa sua, di quelle che ancora si facevano i lenti, al pomeriggio, e un amico gli dice che vuole me. Me. Qui ero un fiore volendo… Avete provato mai la forte emozione di correre dentro una stanza, nel mese di luglio, per sfuggire allo sfidante? Cioè, non si doveva correre per forza però, lui gli aveva detto, preditela se ce la fai, e, quello, non so come, mi doveva convincere che era meglio lui. Neanche a dirvelo che la vincitrice risultai io, per fedeltà. Ma vi giuro qui che sareste state fedeli tutte, nessuna esclusa. Era stato vincere facile, io. Io vinco sempre facile, di rado sconfino, al limite mi sovrappongo, ma in genere ne vengo a conoscenza a posteriori. Io non tradisco, va’. Lui, il fidanzatino, agevolato dalla mancata invenzione, allora, del telefonino, perdeva invece ogni giorno, perdeva al lido, ai muretti, la sera ai campetti. Un perdente nato. Ma si era giovani, la vita davanti, quante tette da collezionare… chi lo può biasimare?

A un altro, tempo dopo, non gli andava bene nulla, tanto che non si capiva come mai stesse con me e non mi mollasse. Periodi pari e periodi dispari, non era costante. Con il senno di poi, quello che non andava bene a lui era che uscissi di casa, che parlassi con la gente, che andassi a lavorare, che potessi fare un confronto con quello che lasciavo a casa e i peccati nel mondo. Ma qui per riscrivermi mi avrebbe dovuto legare.

Riscrivere la gente, un progetto importante. Credo che il problema sia sempre a monte: avere un’idea precisa del principe e della principessa e non riuscire a impennarsi dalle favole una volta grandi. Per cui lo stiamo sempre aspettando questo partner da cacao meravigliao che lo sao o non lo sao ma ti perciao, prima o poi ti perciao. Solo che ti devo trovare. E se lo trovi anche a lui o lei li devi cambiare. Una sera, un tipo che con me non c’entrava niente, soltanto in fila per un panino, quindi che aveva, da solo, un prospetto arrogante, mi dice che non vanno bene solo le scarpe e che meglio senza rossetto. Io non riuscivo a contemplare di levarmi il rossetto per poi mangiare. Mi ricordo che mi era sembrato disgustoso lui ma, che per una ferrata educazione alla non-critica distruttiva, non glielo dissi, non gliel’ho mai detto.

Le varie annotazioni gratis di sei dimagrita e hai preso qualche chilo, i capelli ti stanno meglio lisci, dovresti mettere i tacchi e di nuovo non ti truccare non sono elencabili, non ci vuole un blog ma un contatore. Certa gente ti dice chi devi frequentare, a che ora in certi posti non ci devi proprio andare. Tutti hanno un macellaio migliore. Ed è sempre gratis. Sì perché nel momento vero in cui ti serve un parere nessuno sembra mai capace di interagire.

Come qui, io lo volevo solo felice questo amore. Ne ho amato le decadenze, i colpi di pinna, le impennate di coda, la punta delle dita, ho sospirato nei suoi sonni agitati, ho riposato nei suoi sonni felici. Ha sezionato e scisso ogni mio sentimento, chiesto la ragione e la funzione di ogni atomo del mio amore. Poi si è perso nel conto delle pecore. Di quando qualcosa la stai cambiando ma già hai in programma un nuovo cambiamento. Di quando non è questo il tuo posto nel mondo e gli altri devono pagare un biglietto a prezzo pieno, senza possibilità di cambiare data e destinazione e non sapranno mai se anche tu quel giorno in aeroporto ci sarai. E a voler costruire una cosa per sé si rischia di avere un prototipo incompatibile con il resto del mondo, che vagherà nel tempo cercando. Chissà se questo ha un senso. Forse si chiama amore ma tu non lo sai chiamare.

O se non è amore magari è una bozza AUTOMatica, IL QUAderno di brutta. Aspettando la campanella. Magari si consegna così.

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