la Verità

per un ConcorSO


Davvero. C’era scritto così: trovato un arto umano alla Villa Bellini, si cerca il proprietario.
La notizia era uscita su tutti i giornali e la gente era tutta al chiosco, leggeva uno per bisbigliare, hai visto cosa è successo? Lo hai letto? Rispondeva un altro. Chi non sentiva bene alzava il tono, hai visto cosa è successo? Hai letto? Che hai deeetto?
Un tavolo e un giornale, un tavolo e quattro persone, una notizia e ognuno la sua opinione. Alla sera un dito sarebbe diventato un braccio.
Il dito, la notizia era quella, apparteneva a un incensurato ed era un dito di paese.
Un dito solo però era poco stimolante, poco “cortile” da imbastire, invece un braccio… alla sera un dito divenuto braccio, raccontato di balcone in balcone, ogni volta trovato in un’altra posizione… il braccio. Un braccio dove disegnarsi un tatuaggio (che sai bene che non ha sempre avuto i significati di adesso), chissà che voleva dire, ne avrà avuto da raccontare. Il braccio che aveva un orologio, solo una lucente imitazione (diciamocelo chiaro), ma allora era povero, questo cristo, e faceva lo spaccone. Ma si vede sai, si vede a mille metri che non puoi avere quell’orologio e andare sempre a piedi.

Ninni era fuori da questa bolgia, al chiosco non si era fermato. Passato dritto e indaffarato. Lui aveva già fatto colazione e poi c’era Teresa seduta lì. No, non la voleva vedere.
L’articolo (più di uno, anzi tutti) diceva proprio questo, abbiamo il dito, si cerca chi lo ha perso.
La gente si guardava le mani, prima le proprie, nel caso gli fosse sfuggito che di mattina gli mancava un dito, poi gli amici e il barista, il tabaccaio… niente.
Controlla bene, magari è il mignolo (non era stato specificato), uno non ci fa sempre troppo caso al mignolo. A volte sta lì per anni, te ne ricordi se ti si impiglia, cazzarola se te ne ricordi. Controllato? Sì, c’erano tutti. Poi i vicini a destra, poi quelli a sinistra, poi in fondo e tu guarda dietro di me. Niente. Tutti interi. Il dito l’avevano. Poi alla sera il braccio. Chi era che in giro non s’era visto? Restavano in pochi e qualcuno aveva sentito Ninni, dal panettiere, dire una cosa, ma non posso gridare, ci vediamo più tardi, aspettami lì, dal garage al sottotetto gridando sommesso.

Ninni era lo straniero, nel senso che lo era stato. Era nato senza nome e quello che avevano scritto non l’avevano capito.
Una sera l’avevano lasciato davanti all’oratorio senza troppa fantasia (a volte capita che scadi dall’inizio ma poi può diventare una bella storia, puoi camuffare e aggiungere gloria, ma non è detto). A ogni modo, Ninni aveva con sé un biglietto. C’era scritto: tieni il niño con te per favore, non ho i soldi per mangiare. Il niño era tale ancora al mattino, gli comprarono gli omogenizzati e quando, finita la fame, gli videro gli occhi: azzurri. Due specchi.
I giornali scrissero Nino, dopo un paio di mesi Ni-no, Ni-nooo, suonava come la polizia, o l’ambulanza, pareva portasse male, divenne Ninni. E tale rimase per un bel po’.
La notizia del dito (poi braccio), fece il giro dell’isola, di porto in porto, con il treno, con il furgone dei pesci, con le cassette della frutta. Il giro di tutti i chioschi.
Il braccio era scuro e a volte chiaro.
Era di un uomo su tutte ma, in un caso, per non più di un’oretta, pure di una donna, anche se poi in effetti era molto meno probabile e quindi, da quel momento in poi, fu definitivamente di un uomo.

Ninni era uno felice, così diceva lui. Anche ricco, così almeno so io.
I capelli lunghi e arruffati, un accenno di barbetta, ogni tanto pure i baffetti.
Ninni aveva occhi chiari, ogni tanto pure a specchio. E pure un pacco. Ninni aveva un pacco. Un grosso pacco. Un po’ sembrava pazzo, un po’ incredibilmente lucido ed eccellente. Andava sempre a piedi, era instancabile, era pure poco disponibile. Era bello ma non si concedeva, forse per non regalare nulla di sé a nessuno poiché nessuno aveva mai ricambiato granché. Lo riborbottava spesso come quando bolle il caffè: è sopra e tu non spegni il gas e lui sopra bolle e bolle e poi si suicida sul fornello. Grugnugluglu glu, shiish. Granché.
Ninni, Nino, Ninuzzo per i vecchi del paese (“Ninni” non veniva sicuro da Giovanni, ma sembrava più Antonino, il niño… ‘ste cose straniere), era stato apprendista. Di tutti. Sei mesi qui, sei mesi lì.
Sapeva far tutto, e pure niente. Passava sempre in elicottero, diceva lui, ma nessuno sapeva dove e quindi non tutti ci credevano a questa cosa qui. Ma era vero.
E non era vero che non faceva nulla. Aveva studiato: tre lauree per sembrare scemo. E studiava ancora con i soldi che qualcuno sulla sua porta lasciava a sacchi dove sopra c’era scritto veleno. Certe notti poi spariva. Quando tornava vendeva viaggi per la coscienza.
Vendeva nodi. Nodi di corda.
Vendeva scarpaccioni. (Potevano servire come alibi per le mogli: a quest’ora sei tornato? Mi hanno picchiato e sono svenuto, poi la denuncia, il commissariato… che t’hanno rubato? Mi pare niente, sono stato fortunato, duecento euro e avevano risolto la scappatella del venerdi, e come sennò?).
Vendeva pure panini al prosciutto, se serviva.
Vendeva niente e proprio tutto.
Aveva avuto un nonno disertore, ma questa adesso non la posso raccontare.
Aveva avuto una fidanzata seria. Seria come si dice qui, con i presupposti per sistemarsi. Dapprima in segreto, poi la presentò alle sue amiche. Pazzo. Quella sera. Quella sera si sentiva stridore di denti, la carne strappata, il tintinnare di bracciali, guaiti e ringhiare, sudore e crema per il corpo, rossetti e preconcetti, smottamenti di poliestere e cucchiai su terracotta, non era sicuro gliela restituissero intera, forse avrebbe fatto meglio a tenerla nascosta, ripeteva a se stesso masticando pizza divenuta gomma.
La sera più tardi l’accompagnò a casa che era filato tutto liscio. Lei, Teresa, di quella diceva simpatica, di quella diceva molto bella, di quella diceva divertente ma l’indomani Teresa non si presentò, si era fatta quattro conti nella notte, o almeno nella restante parte, voleva rimanere fettina di trinca e non diventare macinato per la polpetta. Questo gli scrisse. E pure non mi sento all’altezza.
Figuriamoci.
E le sue amiche l’indomani, non era seria, è pure finicchia ma quelle cosce, ha l’occhio grosso, tutti quei peli, ha guardato mio marito, ‘sta zoccola, le caviglie e, come si veste?. Legge, fa l’altolocata. I denti, quelle unghie zozze, che lavoro fa?, e come si atteggia, e non mangio questo e non lo bevo quello, e quasi non dormo e quanto cammino… Gli iniettarono i dubbi quelle simpaticone. Sarà stato vero che non era quella giusta?
“Evirata” subito la rivale, dalle donne con le palle, queste pian piano sospesero il giudizio ma solo dopo averle detto puttanella, lofia e “minne a melanzana”, sempre intervallato da ho comprato questo smalto nuovo, hai visto che ti fa l’estetista dei Quattro Canti con tutti quegli sconti, sono uscita nuova, puttanella, quelle minne a melanzana… ho comprato ieri le scarpe in saldo, la borsa milleeuro… e poi se ne scordarono. ‘Sta deficente…lofia e con lo smalto scadente. Scordata, in un singulto.
Solo. Ninuzzo solo.
Poi qualche altra, di nascosto, mai seriamente. Ninuzzo era bello ma stava troppo a sentire la gente.
Talmente tanto che compì 45 anni giocando giocando.
Ninni ora che hai 45 anni che farai? Il giro di boa, il giro di che?
Diciamo che aveva già da un pò di che picchiare la testa al muro, per capire se sentiva scrosciare di acqua. Le gambe ogni tanto gli facevano giacomo-giacomo e qualche volta no.
Frammenti. Frammenti della sua vita si incollavano al suo cervello per roteare per ore e poi atterrare sul gabinetto.
Ci stava su un bel po’ il bel Ninuzzo. Colite da giro di boa. Colite demoniaca credeva lui.
Avrebbe dato un dito per Teresa.
Per tornare indietro a quella sera e, cancellando per riscrivere chilometri di futuro, l’avrebbe portata al mare. Granita e brioche. Soli.
Un dito. Quasi quasi.
Il quasi quasi è un equilibrista. È il filo.
Il quasi quasi è l’attimo resistente dove ti dondoli sulla decisione: destra o sinistra, ma sempre si casca, perché equilibrista non sei. Non ti sovrastimare, dai…
Guardava il pacco sul suo tavolo ancora sigillato (era più di un mese che lo aveva ricevuto), era forse una bomba? Mangiava cucunci e non si decideva, il gallo faceva cuccuruccucù anche alle nove di sera, lui lì che non si svegliava. Il pappagallo, un po’ più indipendente, sceglieva: una volta faceva nel blu, dipinto di blu, a volte rispondeva Palomaaa. Poi scappò.
Sul filo.
A una settimana dal dito della cronaca (quasi braccio), ancora nessuno era andato a reclamare, sì che si conserva, ma più il tempo passa…
Quella mattina davanti al chiosco una macchina nera si fermava come una pantera, shh, un uomo mascarato apriva la portiera e come se il tempo fosse molle, come se tutto fosse bianco e nero, Ninni veniva rapito, spinto dentro e chiusa la portiera puff. A tutto gas.
Tutti muti. Davanti al chiosco. Ninni rapito. Perchè?
Ninni aveva dei segreti. Uno sicuro era la ricetta della buonanima del pesto di rucola più buono della Sicilia, buonanima perché non lo avrebbe mai più saputo nessuno, con Ninni rapito, cosa porcamiseria ci metteva dentro. Caput. A un tratto… Ni-no Ni-no Ni-no
Una volante, poi due. Avete visto chi è stato? Che macchina era? Chi se l’è portato? C’era stata una folata di vento, fu tutto un attimo, la tosse, laringiti, faringiti, raucedine e terrore. Nessuno parlò. Pensavano già tutti che era ora di pranzo e che chiude “il pane” che resto senza, ciao. Fatemi sapere. Buonagiornata.
Nel frattempo al commissariato del dito…
Si presentava un uomo con il braccio fasciato.
Ma lei quando l’ha perso, dove si trovava?
Ero a casa mia. Uno è entrato, uno chi? Che ne so, era mascarato…
Ma le ha tranciato il dito? No, tutto il braccio. Allora niente, non è lei. Salvatore ci sono altri? No. Ma secondo te ‘sto dito assupicchiau?
Nel frattempo a New York un uomo diventava ricco con un dito. (Basta un dito a volte.) La sua impronta apriva tutte le porte, tutte quelle dove i soldi erano a montagne: cassette di sicurezza, conti nascosti, casseforti, valigette. Aveva fatto un patto con Ninuzzu: Ninni gli aveva dato il suo per Teresa, lui ne aveva uno inutile che poi aveva perso, ma Ninuzzo contento lo stesso, così aveva fatto il suo fioretto… senza un dito era… Teresa niente.
(Teresa, ve lo dico io, era a New York pure lei, stava facendo shopping di un certo tipo quando l’avvistarono due di San Giovanni La Punta in viaggio di nozze.)
Alla conta, al commissariato, avanzava un dito e mancava un braccio.
Non si diedero pace mai.
Il pacco rimase lì sul tavolo di Ninni per un po’. Un gran bel pacco. Poi il gallo un giorno ci salì per fare cuccuruccucù e pian piano lo sbeccò, finì arrostito, fumé.

Quindi Ninni, dov’è?

La verità è che, dov’é, è difficile da raccontare con gli ultimi cinquecentonovantatrè caratteri concessi per questo concorso… Pregate per lui, che non scambi pìù le sue dita nemmeno per scherzo, adesso al commissariato risulta disperso. Pensateci bene anche voi, quando vi chiedono una mano, o esclamano darei un braccio, dite che vi chiude “il pane”, e filate. Qui è rimasto solo il pappagallo che scorazza sui tetti. Quando il cielo è blu. Ogni tanto si perde una piuma e poi da lontano si sente Palomaaa, svolazza sbandando, alla ricerca del suo cuccuruccucù. Si fermasse gli farei una carezza…

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