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Ticchettacche

aLLe 19 e 19 era lì.

Lei era lì. Lì giusto il tempo di comprare un panino con la mortadella tagliata sottile sottile, un salto all’edicola, un libro in edizione economica e due riviste, un caffè da portare grazie, ed era lì. Lì l’odore del panino era una tentazione. Tentazione come fosse lei il serpente che voleva entrare nella cesta all’incontrario e senza musica, solo l’odore. Odore, che male faceva, sapeva pure lui che sarebbe arrivato, anche lui abbastanza trafelato. Trafelato e sfatto, un accenno di barba, la camicia del giorno prima; era uno che si passava la mano tra i capelli. Capelli con le punte scolorite, la barba un accenno di bianco, gli occhi sfumati di nero come se avesse l’ombretto, il panino doveva aspettare.

Aspettare, forse doveva prenderne due? Due, certo non poteva scartarlo lì davanti a lui e mangiare così. Così come la pecora mastica l’aiuola, senza regole, maleducata, ora. Ora, ora a che ora era? avrebbe dovuto mangiarlo ‘ora’. Ora il pensiero del panino diventava sottile dolore e l’attesa infinita. Infinita; chiuse la cerniera della borsa, per sentirlo meno.

Meno male, si disse, quando lo vide arrivare, sedersi accanto a lei sulla panchina, scartare un panino, aprire una rivista e sull’altra mettere un caffè. Caffè oramai freddo, bicchiere sporco, cartine macchiate e scontrino appallottolato. Gli diede il tempo di respirare, le mani libere, una boccata di fumo poi lo guardò dritto in faccia.

Ti stavo aspettando.

Anche io.

Bene.

Chi sei?

Uno

Ma uno troppo pieno di se. Ti ho sognato sai? Eri veloce e abile come un Leprecauno finchè non ti ho tolto il cappello. Te l’ho tolto e sei rimasto nudo. Di quella nudità imbarazzante: avevi il naso lungo e pure arrossato. Cominciamo dalla cosa più importante tu fai uso di sostanze?

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Circle in the sand

Un cerchio, (qui si invocano tutti gli Arcangeli eh) sia chiuso oggi e speriamo ardentemente per le prossime vite. Si chiude con il corriere che suona, il citofono non funziona, il cagnolino abbaia con la voce da papera, le scale di corsa, rischio reparto ortopedico, per non perdere il pacco. Bellissimo Giuda. È tornato a casa.

Ne ho letti di libri. Ne ho letto uno che parlava di un Uomo a mezze verità che non mangiava mai.

Ne ho letti inutilmente di giardinieri con piante morte che insegnavano a coltivare, di esperti di tappeti turchi, di strateghi amorosi che non si sapevano organizzare ma Giuda… Un capolavoro. Una iniziazione.

In Giuda di Oz, cito testualmente…Asch troverà la risposta nel concetto di tradimento (…) ancorato all idea che si trova nei Vangeli gnostici che il tradimento di Giuda-aver consegnato Gesù alle autorità e a Ponzio Pilato-non fu altro che l esecuzione di un ordine di Gesù stesso per portare a termine il suo disegno.

Giuda di Oz, È tornato a casa a chiudere un cerchio, a illuminare la libreria.

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in spira e spira

è che uno c’ha l’ansia o che non ha mai risolto con la roba subìta an passant.

IO PER ESEMPIO SONO perseguitata dallo spirito del mio piercing per il naso: Il PIERCING della Senna, il signor ragnetto.

Ebbene, mi aveva avvisato, per anni l’ho perso, un giorno sì e un giorno no, per ritrovarlo. Era lui, sia chiaro, che mi faceva questa gentilezza, si rendeva reperibile. Poi canticchiava di un certo brillantino, perso il primo e ricomprato e io muta, lui incalzava…lo sai che se ti metti con quello lì lo perdi come quell’altro, di pircing si parlava… E’ vero, con quello lì ne avevo già perso uno quasi vent’anni fa. Come fosse uno scotto da pagare e alla fine in bilancio un lenzuolo col buco di sigaretta. Un conto salato. Un libro rovinato col vino. E il mio primo importante brillantino. Perso. Insieme al tempo. Perso.

Questa volta no, gli ho detto. E invece sì, perso presto presto come fosse un presagio. Già strideva dentro di me il presagio, io canticchiavo per sovrappormi. Strideva eppure ingaggiavo la sfida….pure dopo ..finché il Piercing della Senna, sballottato a destra e sinistra per quasi due anni, voluto e non voluto, amato e screditato, ingannato ma poi non era vero che era stato ingannato, poi sì ma per metà, le famosissime mezzeverità, ha detto stop. S’è perso. Nei meandri di una suola da scarpa, tra le polveri, in un terriccio, o con l’acqua del secchio. Non cambia. S’è stancato perchè era pure vecchio.

Potrei tornare sulla Senna, la farei facile se non fosse che l’aereo non mi va. E comunque a casa mia ha un’anima ogni oggetto. E lui è lì, il ragnetto, nell’aria.

Non so nemmeno se vuol essere sostituito, un poco di pace l’ha avuta con un pesante ‘processo di reso’. Adesso pare sopito. Allora ci spero, che salti fuori da un momento all’altro, io glielo dico, guarda che l’ho scaricato… niente, non si trova. Si è incazzato. Io so cos’ha. Voleva che sganciassi alla decima pietanza e invece ce sono state dopo un’infinità. Per amore, eh. Ma il ragnetto, che quello che aveva da dire lo aveva detto, s’incagnato. Ma per favore, ma che gli fai pure da mangiare… si mummuriava giusto giusto. C’aveva ragione lui, beninteso, ma certe cose se non le vivi non le saprai mai.

C’era. C’era il ragnetto che l’aveva detto. C’era la mattina che era foriera di un lutto, c’era ad asciugar lacrime a sentir litanie, a veder fantasmi, a riassettar cassetti, a rammendare maglie, a stirare camice, a cucire gli ultimi bottoni, a riesumare ricette per mangiare cibi buoni, a lasciare sugo e pane e biscottini pure per domani, a riempire ciotole di gatti. C’era nella posa militare di un sonno che sganciava sinistri, nel scivolare in bagno per non far rumore, nel comprare camice e mutande per fare l’amore, pantofole per non farlo raffreddare, c’era a contrattare spizzichi di prosciutto che se continui così ci resti morto, c’era a spezzettar due pesche per non farlo morire. C’era quando il giorno prima a cuocersi al sole. il giorno dopo a contare buchi nel muro di una sala d’attesa rigata dai quadri delle misure per la prevenzione, c’era a comprar pigiami . Ora qui ora là. Il ragnetto era rassegnato a non ricevere un caxxo. Ci veniva trascinato. Già lui se l’era immaginato. Lo sapeva dal primo mattino a resuscitar gerani, lui. Non gliel’ho mai chiesto ma se era ragnetto era pure maschietto?

C’era nei nei non siamo nulla ma non uscire da quella porta.

C’era quando pianopiano questa cosa s’è rotta.

Non si spiegava perchè nonostante una misera ripetizione di nulla, fossimo sempre lì, il libro, una birra, un carrellino e una sigaretta.

Non c’è un altro posto? si mummuriava

Io lo so perchè s’è incazzato. La disfunzione cognitiva. Il gatto di Schrödinger, il fatto.

Come lo vedi tu? rispondeva più di qua che di là, poi lui veniva a cercare l’ultima possibilità per non morire, un cane, qualche bottiglia, parlava d’amore e si pisciava sulle scarpe, due baci lunghi e riappariva il camaleonte. Il ragnetto, mano sulla fronte, minchia…di nuovo viaggi all’orizzonte.

La disfunzione congnitiva….

Lei. Si ma pure altre tre LEI e di certo QUattro e la quinta solo di concetto.

Stavamo così bene. IO E il ragnetto. Prima, con una sola disfunzione…e questa cosa che credeva così agognata come fosse nave da crociera e non piccolo pirata. Era solo speranza che in quell’UNO potesse guarire. Il ragnetto si mummuriava, non c’è niente da fare.

Fatto.

ADESSo respira.

Respira bene, gratis o a pagamento.

inspira pace espira guerra

(ce la fai? O c’è ancora qualcosa che si contorce nello stomaco e non sono solo i gamberetti?)

inspira amore espira rancore

(ce la fai? O la distorsione cognitiva si infrange a livello sacrale e genera perenni atomi di rancore che solo infierire con tagli e sale e poi una passata di pecorelle potrebbe metterti a riposo?)

inspira bene espira malefici

(comincia a farsi difficile…difficile resistere alla tentazione di rispedire al mittente, ma noi si respira, amorevoli e attente)

inspira commiserazione espira ammirazione

(questa è facile…non c’è nulla ma proprio nulla di valore)

inspira pienezza espira disarmonia, discromia, distorsioni

(intanto è buono che tu li veda netti), sembrerebbe inutile, come ballare per far scendere la pioggia.

allora respira,

inspira bianco espira nero

prova a mettere una carta sotto al cuscino

Mangia sano

Medita al mattino

Dormi sempre come un bambino…

poi arriva lui, l’uomo delle stelle che ci puoi andare sulla SEnna a cercar ragnetti.

Inspira viaggi espira relitti

inspira coerenza espira misfatti.

finiti?

inspira aria espira quello che vuoi

Fai. Non resta che chiedere scusa al ragnetto, ti vengo a prendere, te lo prometto.

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Dieci meno due

Ha un cappello da clown
Il ghigno
e
Il bisogno
-Amore mio- perché questo è un sogno
-Amore mio- perché  questo è un segno
La mia gamba era di legno
Adesso non piu
Ha un cappello da clown
Una linea incisa diritta
Nel destino la sconfitta
Il ghigno
Il bisogno
Era segno
Segno che era sogno
Non c è più Dio
Non c’è disegno
Non era sogno
Era ligneo
Una croce o più
La linea dritta della sconfitta
Di quando si sfida
si affronta il mulino spinto da vento
E queste parole restano nere e blu
Ma non ha più complice nessun convento
Il suo Dio non lo aiuta più
Si paga ora o in un altra vita
Che paghi guardandosi a testa in giù
Le mani
Le dita
Dieci meno due
Due di meno
Cerca le dita nel cuore
Non le trova più

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Andremo ‘a fantasmi’ piuttosto che a ‘misticanza’.

Sto studiando. E questo studio mi confonde. Siamo mai veramente pronti per le cose che vorremmo?

Quanto karma da riscrivere in questo giro affinché il prossimo non ne sia conseguenza? Quanto perdono che non siamo disposti a sostituire.

L’odio è confortevole. Affascinante. Estrae una parte di noi che altrimenti starebbe sepolta in fondo. La veste elegante, giusto un fresco di lana, una scarpa costosa e lucida, nostrana. Ho sento dire che c’è qualcuno che non l ha conosciuta mai. La parte di noi.

È rauco l’odio

Si innesca come una pennicillina

E inizia il suo viaggio in giri per la carne

Arriva al punto

Colora la voce, la innerva

L’odio

Blasonato

Giustificato

Fa I suoi giri per la carne

L’ avvelena

Avvelena le pupille

È motivato, c’ha ragione l’odio, più del perdono, più dell’orologio, più del caffè

Riveste il cuore

Vi cuce attorno cappotti per l inverno

Ago e filo ago e filo ago e filo tutto intorno

La mano danza e quando si ferma

È fatta

Resta solo di andare ‘a fantasmi’

Dove c è l’odio non cresce verdura

È fatta

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è iniziata con un paio di scarpe

finirà in mutande

un paio di scarpe possono cambiare la vita di un essere umano. Basta che non siano buone e non abbiano criterio.

Secondo le mappe di digitopressione e riflessologia plantare devo avere scafazzato il punto dello stomaco. Stomaco reattivo diventa cattivo. C’ho messo un pò, dovevo digerire certe cose pesanti ma non l’ho ancora fatto:

Un lutto che non mi ‘cala’, non l’ ho masticato, mi ha preso a morsi e l’ho inghiottito, intero. Si sono danneggiate le orecchie a sentire quel suono, il suono di un pianto che avrei voluto mio e mai e poi mai ‘suo’. Sono punti che mi fanno male, ora me ne rendo conto. Certo, li ho cercati sulla mappa. Sono loro. Ma anche quelli di un fegato strizzato, di occhi che non volevano vedere e di una colonna vertebrale sfiancata e, manca il tasto della fiducia tradita da un paio di connazionali ma sono sicura che è un’insalata. Di punti. Cercare veleno alla voce ameno.

Insomma, prendo questi benedetti sabot a primavera. Arrivano rivestiti di pelliccia, hai visto mai? con 30 gradi all’ombra… un pò carucci, un pò più alti , un pò sornioni. 30 gradi all’ombra… il piede si rosola e s’incazza, cerca da solo la soluzione per soccombere di meno. Sto spulciando la mappa, mi pare che il cuore sia in un posto solo. Mi verrebbe da ridere se ce ne fosse. Per si e per no le scarpe le ho riposte.

Un fisico intossicato, sogni bisogni e colazioni a tre fino a quando una ‘malattia’ mi inchioda di notte per le scale sotto la pioggia a fare le borse calde al mio amore grosso, plaid e coppola e massaggi alle gambe, eravamo due femmine, una spettatrice pronta al declino, una manipolatrice scacciamosche e schiva destino e 56 chili stiracchiati e tictacchettaggianti. Insomma quel giorno lì le ore se lo volevano rubare, tanto hanno fatto che. Tac.

Se ne va dal cortile al giardino il un fiero pastore di bedduviddi. Uno che la sera gli dovevi fare le pernacchie nella panza stirato lungo sul divano che non mi ci sono potuta io stirare mai, al limite faceva spazio a lei, la vedova.

La cosa che non mi cala la devo scrivere perchè altrimenti non la digerisco, santa pazienza.

Stava lì tutti i giorni sul muro al rientro, fiero e alto, entravi e non ti cacava di striscio ma passando da lì una zampa ti inchiodava la spalla e gli dovevi dare un bacio. Ecco. Altrimenti non si passa. bAcio sulla zampa, poi al panciuzzo e poi forse te lo dava lui rischiando ti staccasse la testa perchè nel frattempo doveva fare Batman e saltare giù. WOLF.

iNSOMMA….un giorno lì, il primo… in giardino una cacca color rame… dopo nessuna cacca. La merda serve, credetemi, è fondamentale. Nessuno mai è morto dopo essere stato mandato a cacare, in REAltà gli stai augurando del bene.

Nulla di più vero.

Al quinto giorno, quello dell’apocalisse, dopo una notte insonne per le scale e il respiro del suo petto che faceva clac SI CORRE.

sI CORRe per una ecografia all’addome impossibile da prenotare. SI fa. L’addome è pieno di liquido, il cuore c’ha una sacca e pure lì, forse, si, forse che ha fatto, chi era il veleno, si sarà calato uno stecco. è caduto mai? Ora che gli facciamo…. va be. Lesioni al fegato e lesioni al cuore. Il medico ti guarda poco convincente nelle sue asserzioni e nella sua ricerca di conferme… ma piddaveru? Questo toro, questo leone? Sta qui perchè non gli riesce di cacare… Gli aspira maldestra un pò di liquido dal petto… prenota una radiografia. Corriamo per la radiografia e io e lui e la vedova presunta fermi su una banchina che non c’eravamo stati mai. Ingestibile e funesto stava lì fermo a fare il suo dovere di paziente.

La radiografia privata, si sentivano da fuori le manovre di un cristianazzo sballottato, io e la vedova ad aspettare… conferma. Conferma tutto. Come un pentito.

A casa per una doccia e di corsa per un prelievo di sangue alle 16.

Allo studio per salvargli la vita alle 21 e 30.

Il tempo qui si allenta… pare sia il tratto che non digerisco. Ve lo risparmio casomai si appiccia. Mi muore tra le braccia. Mi muore il mio amore, una parte di me, moriamo io, lui, un fratello e una mezza vedova. Si spengono 10 anni. Si invecchia tutti dentro l’abitacolo a cercare la macchina del tempo e riavvolgere quelle ore, fermarci a casa chessò, a fare un clistere. L’avevamo portato perchè non poteva cacare.

C’abbiamo ancora la bocca aperta e gli occhi spalancati. Una giornata di guerra. Bombardamenti, detriti. E il silenzio dopo la corsa. Il silenzio e un buco nell’aria che occupava e molestava, così come il postino eh, così come l’eco di queste colline. Riempiva. C’era. E poi non c’era più.

Non digerisco la violenza di quella giornata.

Non ho parlato per giorni.

C’ho ancora le mosche che non vogliono uscire dalla bocca forse perchè non sono riuscita a guarire nessuno e quello era ‘Il miglio verde’ e lui il gigante buono e io una zia turnista di Bedduviddi. Ma la bocca è aperta. Per il suo pianto. Per il suo dolore. Amore.

Poi siccome questo tedesco, a parte sensitivo, a parte rompicoglioni, a parte funesto era pure accuditivo…due giorni dopo mi manda un coso nero. Precisione di un corriere di Amazon, quella nel raggio di tre metri. Intenzione 100. Si mette davanti al cancello e aspetta che apra e poi via. E’ casa sua.

Connor muore il 6 di maggio.

Il coso nero si presenta raccomandato al cancello l’8. E’ 5 chili e uno sputacchio. Drogato di sicuro perché non si ferma un attimo. Otto, sei venuto l’8 ti chiami Otto. Otto della zia…ti ha mandato Connor? Si ferma a guardarmi serio e piccolino. Gli occhi neri su muso nero. Grazie. Gli devi dire grazie. E che se non fai il bravo ti chiudo fuori dal 33 e ti stacco il pisellino. Otto-neronero si leva la vita a riempire quel buco, cresce di corsa e sta ancora di qua dalla porta. Connor è nell’aria. Ogni tanto si vede l’ombra delle orecchie dal giardino. Io nel frattempo vivo in mutande . Ma a me non è ancora uscito un moscerino.

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breve

storia

inventata

e

triste

c’era una volta un cane da salvataggio festoso come un cucciolo

se ne stava per conto suo, non si mischiava con nessuno, specie con i lupi, c’aveva i fatti suoi e un amORE A senso unico grande. Andava bene così. C’ERA sempre il sole.

Chi crede al lupo è destinato ad essere dilaniato.

Che lupo sei?

Non sono più il lupo.

Dilaniato. Creduto. Dilaniato. Rimasterizzato. Dilaniato. Sperato. Dilaniato. SbuGIARDAto. Dilaniato. Tradito. Rinnegato. Dilaniato. Sfidato. Dilaniato. Ferito. Fasciato.

Fu.

Eppur non doveva aver fame, era stato cibato.

Per vedere il sole devono cascare ora le bende.

Fame.

Infame.

Fine.

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la bocca

c’era una bocca tutta rosa. Aspirava fumo da una sigaretta e la sua mano carezzava una forchetta.

c’era un profumo di brodo che veniva dalla cucina. Aromi, spezie si preannunciavano delizie. Il conforto, quello sì, quello di una cena delle sere fredde, una luce fioca vicino a un divano, qualcosa di caldo e il suo cuscino. Una tovaglia improvvisata, per il piatto si era fatta spazio tra le buste della spesa, un accendino, un telefono e

un posacenere sporco. L’odore era pastoso, sinistro, acidulo. Odore di intriso. Ma era odore di casa. Accanto al piatto una forchetta, un tovagliolo, una busta del pane. La bocca era perplessa. Non sapeva come iniziare, sapeva che non aveva senso proseguire. La forchetta faceva di tutto per farsi notare ma la bocca non

una forchetta, già inutile per il brodo, allarghi pure i denti… Diventi? Una meraviglia. Una meraviglia… Tutte provano a mettersela in bocca. A fare restare brodo. Ogni tanto a qualcuna, la forchetta, vorrebbe insegnare un trucco per sembrare cucchiaio ma poi, di fronte all evidenza, pure lei… Allora niente, preferisce passar di bocca in bocca. In fondo sì, è più divertente, giacere su tavoli, su divani, no, sul letto no, giacere in cucina, o in macchina dopo un pic nic. Bocche di bionde, di brune, con le rughe di tanti anni fa quando era placcata d’argento e si poteva spacciare per preziosa. Una glielo ha detto, ti rivesto di oro… Se mi sforzo io ci riesco.. Avvicino quei denti. Allora la forchetta felice per un pò aveva lasciato fare. Si mirava dorata. Si piaceva. Diventava utile. Entrava in quella bocca felice. Si mangiava di gusto. Si lasciava lavare e asciugare con cura e aveva un bel posto soffice dove andare a dormire. Il problema furono le cene allargate. A quel punto le commensali riguardarono con interesse la forchetta. Dorata. Sembrava ridesse. Ricominciarono a passardela tra le mani. Tanto era gratis. E se qualcuna rimaneva senza tastarla era la stessa forchetta a invitarla. Che fa non vuoi vedere come sono diventata? Ma la ferraglia con il caldo si dilata. L’ oro sbiadisce. Rimane un ricordo. I denti si riallargano. A furia di segare si scalfisce. Una forchetta deforme può far male. Credo vada buttata via, a malincuore ma restano le foto si, le foto di quando era splendente, anni fa. Il metallo poi si differenzia di sabato insieme alle bottiglie. Certo, dipende dalla zona.

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3 dubbi

Quando Mati aveva tre anni ballava a centro del cortile e faceva venire giù la pioggia.

Non aveva molti dubbi, direi persino il contrario.

Sapeva da dove venivano gli uccellini, Zelda per farle mangiare un uovo doveva chiudersi in bagno e non farsi vedere a rompere il guscio, così il suo pranzo per lei non veniva da lì come loro. Per fortuna, crescendo non ci fece più caso.

Ogni tanto le chiedeva notizie del semino, per disgrazia però, crescendo, ci fece molto più caso.

Il semino di Mati era suo papà.

Non ne aveva bisogno ma, ogni tanto, lo accarezzava con il pensiero e le andava a chiedere notizie. Zelda non ne aveva e inventava storie. Tanto le storie erano molto più vere della realtà.

Il semino in effetti non era tecnicamente papà, ma lei stessa. Ci ragionò verso i sei anni.

Allora fu il caso di definire i dettagli della storia, suo papà era un giardiniere ed era trasparente, le spiegò. Piantava semi finchè uno attecchì.

Non era molto convinta di questa spiegazione ma per sentirsi a lui più vicina iniziò a considerare diversamente le piante. Tutte le estati da quella la sua premura erano i gerani. Brava e accurata, i suoi erano in perfetta salute, quelli di Zelda ogni tanto stavano lì a boccheggiare cotti per via dell’acqua del portavaso, sì, esagerava e durante il giorno bollivano.

Anche lì, comunque insoddisfatta, volle dei semi. Per iniziare da zero.

Semi di cosa? fu il primo dubbio.

Piantando dei semi, poi, sarebbero nati altre Mati? era il secondo.

Glieli comprò mostrandole nomi e caratteristiche per rassicurarla che non c’erano in giro ‘semi di Mati’.

Sarebbe rimasta unica. Quella combinazione di bimba era stata possibile solo perché Zelda era il vaso.

Da allora quando preparava i suoi vasi stava attenta che non si avvicinasse troppo. Non si sa mai, le diceva.

Il terzo dubbio, che in realtà era proprio una domanda, fu come mai non c’era il suo papà.

Per la risposta concordarono di aspettare che compisse otto anni, lei aveva un calendario e depennava i giorni.

Zelda pure, nella speranza che virando verso ‘la donna’ avrebbe avuto la sensibilità di comprendere che fu difficile tutto, difficili le scelte, le potature. Le verità.

Che la vita era meglio con quel padre trasparente, che tanto poi lo aveva negli occhi, nel sangue, nei vizi. Quello che aveva le bastava, la rassicurava, lei crocettava i giorni.

Nel giorno del suo compleanno il suo regalo fu la verità, vestita a festa, come lei.

Le disse Mati, per fortuna tu non esisti. Sei fatta solo di nero su bianco per scrivere una storia, sei una serie di bozze e per questo puoi decidere tutto quello che vuoi.

Puoi farmi più alta, più giovane e più vecchia e il tuo giardiniere magari riscriverlo dottore.

Non ne fu subito convinta. Stette in silenzio per ore fino a quando tornò a chiederle quali fossero le caratteristiche migliori di un uomo. Voleva ‘scriverselo’ lei allora questo papà.

Zelda dovette riflettere a fondo per non compromettere il suo progetto e alla fine le diede quattro caratteristiche: la sincerità, il rispetto per gli altri, l’intelligenza e un buon odore. Sono cose che un figlio poi copia per diventare, si spera, persino migliore.

Lei la guardò intensa e intelligente, come se avesse gli anni di una vecchia.

Il buon odore me lo ricordo, le disse. Solo quello. Però anche questa tua è una bugia.

Aveva ragione, adesso le erano venuti almeno altri tre dubbi e uno era certamente riguardava sua madre.

Le disse che per capire la differenza tra una bugia che salva la vita e le bugie per gestire una doppia vita, avrebbe dovuto compiere dieci anni. Questa volta non si spazientì. Se quello,il giardiniere, non era una bella persona, di certo non avrebbe voluto scriverne la storia, nè essere sua figlia le rispose.

Per questo è cosa buona che tu sia una bozza, la rassicurò Zelda. Non è stato scritto nulla, nulla che rileggendo ti possa far male.

Si era fatta sera, indossando il pigiama decise che suo papà era una stella, che stava lì la notte a brillare poi invece che era un orso polare, bianco e morbidissimo, poi era il cane del vicino. Non le sarebbe dispiaciuto essere sua figlia, lui era molto carino, dopo invece era la figlia del gattino.

Un attimo dopo stava già dormendo. Zelda fumava una sigaretta in giardino.

Io mi sentii fortunata. Era veramente molto tardi e, spento il pc, non c’erano più Zelda nè la figlia di Nessuno.