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Secondo tempo. Off.

30 agosto 2005

(La mia carne è nata dalla sua, magari un po’ della sua follia si è versata nel mio sangue e magari tra qualche anno andrò in giro con il suo stesso borsone pieno di fantasmi e spie e confidenti di questura. Non avrò ricordi di guerra ma una battaglia da combattere tutta mia.

-Giacché son secoli che mi pare di parlare con gli spiriti, amichevolmente-

La vita pura. La battaglia.)

Naso. Visto. Bocca limone, viso affettato. Di lama. Uno viene, uno va. Affetta.

Tu lo sai quanto ti ho odiato. Ma l’odio non è che una versione scura dell’amore.

Chi è questo qui che dice che quello era il suo mare? Una porta scorrevole sulla dannazione.

Coltelli e scogli.

Tanti anni fa c’eravamo noi con i nostri sogni. E tu che non volevi che avessi paura di nulla e che sei divenuto la mia più grande. Prima polpi e patelle, poi sei morto. Fine paura primo tempo.

Secondo tempo. Scorre.

Il tuo mancato compleanno 2022.

Se senti freddo immaginami su di te con il mio fiato, spero tu non senta freddo. Ma non esagerare.

Mi passo una mano sui miei difetti e sono felice se vengono anche, un poco, dai tuoi. Oggi.

Solo così ho potuto bucare i suoi. Privilegi.

Solo così indosso la parte scura dell’amore. Odiare. Capire. Più forte. Che diritti hai su quel mare?

Accendi la luce spegni la luce.

Metti la pace levi la pace.

Fine paura secondo tempo. E’ quando sai quello che devi sapere. Lo sai.

Che non c’è spiegazione, né un motivo. Non c’è disegno e se c’è, cambia. Cambiato.

Fine paura secondo tempo. Niente deve cambiare. Solo finire.

Terzo tempo. Start. Immobile. Mi raccomando.

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Ad un uomo che non è mai tornato

sei tornato senza aspettare…

Hai riempito quei giardini di marzo di miele scuro e il mio sussulto, perché io ho sussultato, sì, ti ha sconvolto.

La mia mano fredda infilata nei tuoi occhi di ghiaccio.

Volevo prenderteli a costo di fare un buco. Lo sai.

Un buco nei tuoi occhi chiari.

Un soffio lento tra il cucchiaio delle tue labbra.

Ti asciugavo il sudore della fatica di fidarti dell’amore.

Carezzavi con il respiro la mia anima che stava per staccarsi in volo. Era lì lì per volare. La vedevi anche tu.

E ti guardo dormire adesso…ti guardo, non chiudo gli occhi per non farmi fregare.

A Dei e maghi abbiamo rubato gli stracci poco fa, sì, al pane le farine, ai frutti i colori. Il quadro si ricompone di quei sogni che avevo stuccato da sola. Sono anche troppi. Non ci stanno tutti dentro. E’ un’eresia.

La paura adesso ha una consistenza diversa, ma non è andata via. Ti guardo dormire e lei

si gruma vicino alle porte dello stupore, in un cantuccio, come per castigo.

Si scioglierà per le mie vene ogni volta che chiuderai la porta lasciandomi dietro. Per tornare, “promesso”.

E lascerò che tu me lo prometta, per non morire.

E aspetterò che il tuo ‘essere’ si ambienti di nuovo tra le mie scorze.

Carezzo piano la tua pelle.

Carezzo piano i miei desideri che, per la prima volta, si squagliano in un pensiero comune, come l’uovo di cioccolata insieme alla sorpresa e la carta. Non si capisce cosa sia dopo, ma si sa che è un tutt’uno.

C’è un fastidio.

E’ il silenzio.

L’assenza del dolore che mi ha tenuto compagnia fino adesso. E’ triste che anche questo mi manchi.

Che io avverta il suo lento staccarsi da me, un incalzare laterale, da sconfitto, con la bandiera penzolante da un fianco.

Va via. Pian piano anche io mi alleggerisco. E si rilassa il respiro, si abbassa il mio petto di battaglia, posa chiodi e martello ogni contadino che nel mio corpo fino adesso ha recintato il mio giardino.

Vanno tutti a dormire. Loro pare siano sicuri del tuo amore.

Io pare, sì mi sento come una copia della Madonna.

Scelta.

Mi metterò in preghiera per la gioia di averti, mi metterò in preghiera per avere la forza di volerti quando il rito dell’alba e del tramonto non sarà più magia, ma solo rito di andare e di tornare, e quando tra le lenzuola troverò un muro. Il muro delle cose scontate.

Quando guardandomi attraverso vedrai qualcos’altro, quando guardandoti ti attraverserò non vedendoti.

Ti ho amato nel mio futuro, ti amo nel mio presente, ti amerò nel mio passato.

A ritroso, inverso, di discesa, in corsa, a un incrocio che ci ricongiunge quando oramai le nostre strade erano lontane e ti guardavo dal punto più lontano del mondo: accanto a te.

(primavera 2005, una multiproprietà, una condanna)

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era cominciata così

non ci avevano fatto caso, nessuno. Nemmeno le nuvole o i gatti. Eppure erano così attenti. Questa cosa era sfuggita di mano a tutti. Tanto è che si trovarono, lui, lei e un amico di lui in un bar. Lui rideva, aveva già tracannato due o tre birre, di certo in un altro bar, quando lei li raggiunse. Devi venire anche tu, stasera sei con me, con noi. E lei li raggiunse mentre stavano concordando che il posto dove lui era andato in vacanza poco tempo prima non era coperto, il cellulare non prendeva. L’amico di lui ripeteva, sì, lì il cellulare non prende. Lo ripeté un paio di volte per incidere meglio. Se troppo leggero può non essere vero.

Lui una volta era stato biondo e brillante. L’unica cosa che lei riusciva a vedere era: una volta. Forse perché l’aveva vista nei suoi occhi di nuovo quest’anno. Uno certe volte se la racconta e si allarga come un elastico, si tende. Lei ci aveva fatto entrare questa bugia come a rendere possibile l’ultimo sfiato. Era una cosa stupida ma lo avrebbe fato anche lei, se solo avesse avuto ancora un appuntamento sospeso? Si era interrogata. Lo sapeva? L’ultima innocente evasione, come le chiamava lui. Faceva parte sicuramente del libro di prima. Sarebbe stato un the end. Per lei. Se.

Il fatto era che lui rideva felice. Raccontava al suo amico del suo spazzolino, quello di lei. Che erano già allo spazzolino sistemato in bagno. L’altro aveva lasciato che la birra parlasse flaccida per lui e si tergiversava sullo spazzolino prendendo con le mani per aria, come fossero mosche, il ricordo di quando anche lui, l’amico, l’aveva lasciato dalla sua lei. Allora è già una cosa seria, certo. Certo ora loro due, gli altri, erano sposati e avevano un figlio. Questa cosa degli spazzolini magari porta bene. Loro tre attorno a quel tavolo da dietro sarebbero sembrati tre ubriachi. In fine dei conti forse, visto l’epilogo, oggi direste solo che ubriaca era lei anche se non riesce quasi mai a finire la sua unica bottiglia.

Lui una volta era stato bello. L’unica cosa che lei riusciva a vedere era quanto bello fosse per lei. Anche adesso. Con il suo piede, uno a terra, poggiato sui sandali e uno proprio adesso insinuato tra le sue cosce. E’ più facile con i sandali, uno lo sfili, se non sei anchilosato stiri una gamba e lo infili tra le cosce della tua donna, sulla sua sedia, in un bar. Lei ci ragionava sopra mentre li guardava ridere molli e inconsistenti. Aveva dei bei piedi lui. Forse non li meritava, una volta lei glielo aveva detto. Forse dopo quella sera. Forse dopo che avevano concordato che è vero che il telefono in quel paese della vacanza non prende dopo le 22:00. Perché dopo le 22:00 lui era scomparso. Ospite, per la notte, di un’amica che era di turno a lavoro quella sera lì.

Lei era così carina, così carina. Non avrebbe avuto senso non fare finta di credere. Che motivo avrebbe avuto lui a dover evadere da una relazione appena esplosa, felice? Non aveva senso, non aveva senso, no. Lui era intenso a letto. Intenso nei suoi ricordi. Intenso nei dolori. Intenso nell’amore. Lui aveva sfoderato lo slogan: sono diverso. Non sono più quegli anni lì, le diceva, e con gli occhi si andava a diverse rughe meno, tante. Tanti anni fa. Fidati di me. Certo, ogni volta che lui lo sottolineava a lei ritornava lo spavento di quante volte l’aveva aspettato la notte, di quante volte l’aveva cercato per strada, di quante volte… Il dolore, il rancore, l’umiliazione, poi l’amore, il sesso, la disperazione. Erano vividi quegli anni lì. Pieni di regali, di piccoli simboli, numeri e lettere, un pesce lanciato sulla parete, la macchia deve essere ancora lì. Lui allora aveva scostato una tenda per un po’, era venuto a guardare, preso le misure dove distribuire dolore, in piccole parti aveva tatuato amore, in piccole parti aveva tatuato rancore, in piccole parti aveva seminato ricordi. Poi aveva una donna e altre amanti e un altro padrone ed era andato via.

Lui si alzò per andare a pagare il conto. C’era caldo e non c’era niente da dire.

Lei era così carina. Che motivo poteva avere lui di andare a cercare altro proprio adesso? Era felice lui, si vedeva, mentre andava a pagare il conto dondolava.

Fecero finta che sì, il telefono non prendeva.

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Le ore proficue della notte

certe volte, cose di notte….

Senza filo e senza cozze.

Una magnifica puttana

Ci sono, sul tavolo, quelle foto fastidiose. E c’è un uragano in arrivo e c’è quel libro interessante. Qualche goccia d’acqua che inizia a far rumore. Una Fluffy qualunque appare da dietro un ricordo e si aggancia al mio ginocchio destro con lo slancio di una che vuole salire, dai, pesa in tutto quattro chili, e lo so per l’antibiotico, ci siamo pesate insieme, sì, in un altro ricordo però.


Come pesare un cane Fluffy a casa: sulla bilancia con Fluffy, sulla bilancia senza Fluffy, lordo meno tara. Tara. Annotare Fluffy e segnare anche di prendere appuntamento con il dietologo, una volta passato agosto. Il libro l’ho preso lì. In quel ricordo, sulla strada del ritorno, in autogrill. Fluffy vai a dormire. Vai. E ticchète ticchète pfiuuu ed è già tra la sua lana lisa e intrisa e se la dorme.


È interessante, Helgoland*, il libro, dico. “La storia dei quanti”. Non avevo nessuna intenzione di comprare un libro serio, era solo un souvenir. Io italiano-medio-conforme, se vado al mare, mi fermo in autogrill, un caffè, il tabacco, un gratta e vinci da un euro, massimo due, e sì, una spulciata ai libri, o una tazza o una borraccia. Poi una volta a casa strofino il mio bottino come fosse la lampada di Aladino o chessò, l’uovo immenso, cos’era? Il Pasqualone… Mi costruisco le prove del ricordo, due sassolini, una foto. A ogni modo, il libro: questo tizio che prova a far capire, a noi tizi evanescenti, i “quanti”. Per far luce. E mai avrei potuto credere che sarebbe servito arrivare fino a pagina 89, dove c’è il mio emblematico segnalibro bustinadigaiscon per contestualizzare un’altra storia. A dire il vero comincio a vedere la mia luce a pagina 64. Carlo Rovelli, l’autore, scrive di sovrapposizioni quantistiche. A me è bastato il gatto, intanto. Per, come dicevo, contestualizzare giusto quattro cose…


Trascrivo fedelmente: La storia di lì è questa: un gatto è chiuso in una scatola con un congegno dove un fenomeno quantistico ha la probabilità ½ di accadere. Se accade, il congegno apre una boccetta di sonnifero che addormenta il gatto. La teoria dice che la psi ψ (funzione d’onda) del gatto è in una sovrapposizione quantistica di gatto sveglio e gatto-addormentato, e resta tale fino a che non osserviamo il gatto. (…) Ma che significa? Come si sente un gatto, se è in sovrapposizione quantistica di gatto-sveglio e gatto-addormentato?


Da qui tutta una considerazione sulla “osservazione” ed ecco che viene al punto e incalza con il tacco sulla mia mano…


Se tu lettore, fossi in una sovrapposizione quantistica di te-sveglio e te-addormentato, come ti sentiresti?


Ecco, a quel punto, quando sono arrivata lì, qualcuno ha acceso la luce. È come se mi fossi svegliata da una semi incoscienza fine-del-film, quando sei tutto contratto dal divano, il film c’è stato e pure gradevole ma si è sciolto. La tv è spenta e non ci sono prove che fosse accesa.
La storia di qui (che non è altro che una collezione di ricordi), pure. È spenta. Ma ci sono prove che fosse accesa: le foto.
Solo che a questo punto è tutto da rivedere. Quante volte l’ho osservata è stata accesa e quindi è esistita come tale? E quando non l’ho osservata, come adesso, è corretto dire che non c’è stata nessuna storia? Adesso non c’è, adesso non sto guardando. Ci sono solo le foto. Adesso sì, guardo e ci sono le foto. Un appuntamento. Un richiamo. Va bè.
Sedici mesi svegli o addormentati, osservati o non.
Non c’è. E in questa ottica non c’è mai stata. È esistita solo perché l’ho osservata. Non l’avessi guardata mai, adesso non ci penserei.
C’è. Legittimizzata da racconti della notte, abbracci e parole e un, ora iconoclastico, ora conforme, appuntamentoperilcaffè.
Non è facile, mi rendo conto. Io stessa sono sicura che mi conviene finire il libro e non fare come al mio solito, cioè fermarmi a metà per iniziarne altri tre.
Ma lo spunto è forte. Mi fa tornare indietro, senza scetticismi, certo, con il ga*iscon a portata di mano. La verità è che la santa bustina la sostituisco spesso in questo periodo. Ma ci sono un po’ di cose che non “digerisco” bene.
Potrei ma non voglio inclinarmi ai perché.
Ci sono “perché” che vagano impazziti e c’hanno un senso borderline, che è come dire che il senso non c’è ma è suscettibile in base agli stimoli, come ballare sui carboni ardenti a piedi scalzi e non scendere mai, dai carboni.
Preferisco pensare con malinconia a quando scendevo allegra a comprare le collane di cozze alla Coin, versione demo. Questa versione della storia, la rewind, è stata molto meno leggera, mi è finita persino, senza cozze e senza filo, a carezzare linfonodi, spezzettare prosciutto e sbucciare una pesca e mezza, camuffarla come fosse una sola per poi arrivare alla conclusione che, se non avessi guardato, scusate, osservato, oggi non avrei nessuno da guardare. (Non potrei mai smettere di guardare, c’è qualcosa di molto bello da vedere).
Cioè non ci sarebbe l’opzione gatto-sveglio gatto-addormentato, il soggetto, lui, intendo, molto probabilmente. Forse sarei stata in vacanza a Roma, avrei preso un aereo, un trenino e un taxi e tutta sudata e felice mi sarei sentita in vacanza. E del soggetto?
Mi sono fatta una mia idea e cioè che lui esista perennemente nelle due dimensioni di leggermente innamorato e di leggermente depredato, sia che venga osservato sia che no. Quando una delle due condizioni vuole prevaricare sull’altra, ebbene, si crea un conflitto talmente forte che non potrebbe persistere da sveglio perché entra in uno stato comatoso, ma nemmeno da addormentato, perché non poggia i piedi per terra, levita. Pare l’abbiano visto discutere a piedi per la via Lattea con la polvere di stelle. Non mi stupisce. Ce l’ha su con il sole perché brilla.
Scendere da questa collezione di ricordi è come atterrare da un viaggio nella malattia mentale a Punta Raisi in picchiata verso la collina in una giornata di vento. Dopo ci vuole della droga seria e tanto Tibet.
Però ho un progetto, e grazie a questo libro non deve necessariamente essere proposito per la prossima vita… si può realizzare anche di qua, la prospettiva è essere una magnifica puttana, ideologicamente parlando, frequentare prossimamente gente che non guarda troppo le cose e che non sa leggere. Tenere il libro per me. Annotare.
C’è sempre qualcosa in tutte le cose che ti ha fatto crescere costringendoti a retrocedere, non tutto prosegue se va avanti e non tutto è bene se finisce bene o addirittura se non finisce, a mia personale opinione di gatta scioccata. Una cosa è vera: quando mi dicono tu sei peggio di me, anche se vorrei chiedere…è perché mi stai osservando o è quando non mi osservi, che di manifesta questa mia iconoclastia? E… i miei capelli sono in ordine o mi faccio le trecce per la foto? Che dici?

c’e il pazzo che dice al pazzo -ma tu sei pazzo-

c’è il ladro che dice al ladro -ma tu sei ladro-

c’è.

(è uno scritto per ridere di me, il libro che cito è una cosa seria e interessante che finirò e rileggerò sicuramente, che però ringrazio a prescindere finoapagina89)
*Helgoland Carlo Rovelli ed. Adelphi

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Cane misto

Leo è uno spinone spinnacchiato di pelo misto, quello sulla fronte è lungo e liscio e deve mettere mollettine che per toglierle poi è un inferno, il resto è riccio. Solitario, attento alla dieta, e pieno di mestizia. Spaventa tutti con la sua voce gorgogliante.

Selettivo, rompigastoni, non si accoppia per non sporcarsi.

Abbaia forte quando Nina, la sua padrona, va a ballare in balera. Mostruosamente geloso.

Leo ha un manuale della padrona perfetta, un po’ come l’uomo, che si avvelena senza antitodo (perché quella si è presa, compagna, e non cambierà). Nina non è perfetta. Da un po’ ritorna pure con odori di maschio addosso e fichi a quantità. Li mangia per casa e mugola “Sono un miele…”. A Leo gli monta la rabbia.

Leo ha capito che

1) ci deve essere un fidanzato

2) la dieta per controllare le rotondità è un bluff: ingoia pillole che disintegrano gli zuccheri complessi, alimenti senza glucosaccaridi e poi i fichi… ma dai

3) lui è l’unico che non si accoppia.

Leo ha preso su internet, qualche giorno fa, una dose di penthotal (una seria prenotazione e molta attenzione: una dose sbagliata può essere letale). E non ha nemmeno potuto far spaventare il postino che già è zoppo per quell’occhio di pernice al piede destro e, a suonare, ci va con misura per la paura. Che rabbia.

Silenzioso, deve avere per forza tra le zampe il pacco grigio della verità per sapere chi è questo uomo che la fa danzare come un aquilone.

Leo è di bilanci, ripensa alle sue fidanzate: un rapporto incestuoso con una della sua cucciolata qualche anno fa e due bacetti con la canuzza del vicino, Fluffy, ai tempi incantevole.

Nina torna a casa con Flavio, alto, bello e nelle mani tiene un osso. Leo, agile come un dinosauro si libra nell’aria per acchiapparlo. Flavio cade su Nina, il pacco grigio si schiaccia sotto le sue scarpe, il cancello è aperto, Fluffy lì davanti sta facendo la pipì… Leo fa un ragionamento sull’indispensabile: osso dentro, Nina dentro, Fluffy pure, Flavio fuori, e richiude il cancello. Ritorna la pace.

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quella mAttina che non ci sarai

non ditelo a ToTò

Sai quando i nonni, seduti spalle chine, col dottore, “ascoltavano” il dottore registrando una parola sì e dieci no. La voce tremula di chi non ha capito niente ma percepisce solo tragedia e paroloni, schiacciati dalla sua presunta superiorità, con il timore sovraumile di non chiedere, di far sì con la testa, testa bassa e occhi al Signore della vita e della morte, che ce la mandi buona. Nessuna domanda per non sembrare ignorante, il prete per l’estrema unzione pronto a spostare dalla canonica. Al mio via.! Una babele di grammatica e grattacapi, resoconti con sottotitoli recitati sommessi con l’atmosfera grave. Totò, che ti devo dire. NO, non ditelo a Totò. Non ditelo a Totò che può essere che si che può essere che no, ma anche ni. Totò, quante ne hai viste? questa te la risparmiamo. Che magari ti convinci questa volta e ci resti secco. Sei l’unico familiare autonomo nel giro di pochi metri. Totò. Che amore è stato, baci ma pure sganascioni. Come a tutti gli altri del resto. Metaforici o no, cambia poco. Solo che tu sei padrone del letto. Ci mancava solo il gatto. Sì a noi di qua, certo ci mancava il gatto. Gatto che non è un gatto ma un’atmosfera, un segnalatore di spiriti sagaci. Uno prepotente. A cui dire s’abbenedica. Prendere le misure per il modo corretto pure per un carezza, un bacio o un buffetto. Mi sono inchinata a te io, l’hai visto. Si? Protagonista per la foto. Non ti posso guardare, eri perfetto. Passeggiatore da un metro e mezzo. Esattore puntuale, che ora è? Urlatore di una notte. Chissà che hai visto quella sera lì che abbiam pianto tutti, Totò. E quelle sere che a urlare a casa tua non ero io perché stavo, te lo giuro, a casa mia. Potevi dirmelo, quantomeno per rispetto. Portinaio annoiato, ci hai visti tutti ma mai hai raccontato, hai lasciato che ne sparlasse solo il vicinato. Chissà che ne hai pensato. Di me, che hai pensato. Non te lo dico ma te ne sarai accorto che da un metro e mezzo passeggiate non ce ne stanno più. E allora ti posso solo augurare che quei centimetri in eccesso sentano lo stesso conforto quando ci sei, una carezza, un sorriso, un come mai? dove sei? non ci sei? quando non ci sarai, quella mattina che, annoiato, non ancora affamato, non ci sarai. Che ti ho stimato io. Quando il padrone eri tu, segnavi il limite, eretto, poi all’improvviso, mi hai dentro entra allungando anche su di me la tua zampa. Digli che torno, che sto tornando, lui ti capisce. E io a pensare stupido, lui lo sa già. Ma mai avrei pensato di scrivere io a un gatto. C’ho i miei comodi fantasmi. Ci mancavi solo tu. Stupida. Tu lo sapevi già.

Elia

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la Verità

per un ConcorSO


Davvero. C’era scritto così: trovato un arto umano alla Villa Bellini, si cerca il proprietario.
La notizia era uscita su tutti i giornali e la gente era tutta al chiosco, leggeva uno per bisbigliare, hai visto cosa è successo? Lo hai letto? Rispondeva un altro. Chi non sentiva bene alzava il tono, hai visto cosa è successo? Hai letto? Che hai deeetto?
Un tavolo e un giornale, un tavolo e quattro persone, una notizia e ognuno la sua opinione. Alla sera un dito sarebbe diventato un braccio.
Il dito, la notizia era quella, apparteneva a un incensurato ed era un dito di paese.
Un dito solo però era poco stimolante, poco “cortile” da imbastire, invece un braccio… alla sera un dito divenuto braccio, raccontato di balcone in balcone, ogni volta trovato in un’altra posizione… il braccio. Un braccio dove disegnarsi un tatuaggio (che sai bene che non ha sempre avuto i significati di adesso), chissà che voleva dire, ne avrà avuto da raccontare. Il braccio che aveva un orologio, solo una lucente imitazione (diciamocelo chiaro), ma allora era povero, questo cristo, e faceva lo spaccone. Ma si vede sai, si vede a mille metri che non puoi avere quell’orologio e andare sempre a piedi.

Ninni era fuori da questa bolgia, al chiosco non si era fermato. Passato dritto e indaffarato. Lui aveva già fatto colazione e poi c’era Teresa seduta lì. No, non la voleva vedere.
L’articolo (più di uno, anzi tutti) diceva proprio questo, abbiamo il dito, si cerca chi lo ha perso.
La gente si guardava le mani, prima le proprie, nel caso gli fosse sfuggito che di mattina gli mancava un dito, poi gli amici e il barista, il tabaccaio… niente.
Controlla bene, magari è il mignolo (non era stato specificato), uno non ci fa sempre troppo caso al mignolo. A volte sta lì per anni, te ne ricordi se ti si impiglia, cazzarola se te ne ricordi. Controllato? Sì, c’erano tutti. Poi i vicini a destra, poi quelli a sinistra, poi in fondo e tu guarda dietro di me. Niente. Tutti interi. Il dito l’avevano. Poi alla sera il braccio. Chi era che in giro non s’era visto? Restavano in pochi e qualcuno aveva sentito Ninni, dal panettiere, dire una cosa, ma non posso gridare, ci vediamo più tardi, aspettami lì, dal garage al sottotetto gridando sommesso.

Ninni era lo straniero, nel senso che lo era stato. Era nato senza nome e quello che avevano scritto non l’avevano capito.
Una sera l’avevano lasciato davanti all’oratorio senza troppa fantasia (a volte capita che scadi dall’inizio ma poi può diventare una bella storia, puoi camuffare e aggiungere gloria, ma non è detto). A ogni modo, Ninni aveva con sé un biglietto. C’era scritto: tieni il niño con te per favore, non ho i soldi per mangiare. Il niño era tale ancora al mattino, gli comprarono gli omogenizzati e quando, finita la fame, gli videro gli occhi: azzurri. Due specchi.
I giornali scrissero Nino, dopo un paio di mesi Ni-no, Ni-nooo, suonava come la polizia, o l’ambulanza, pareva portasse male, divenne Ninni. E tale rimase per un bel po’.
La notizia del dito (poi braccio), fece il giro dell’isola, di porto in porto, con il treno, con il furgone dei pesci, con le cassette della frutta. Il giro di tutti i chioschi.
Il braccio era scuro e a volte chiaro.
Era di un uomo su tutte ma, in un caso, per non più di un’oretta, pure di una donna, anche se poi in effetti era molto meno probabile e quindi, da quel momento in poi, fu definitivamente di un uomo.

Ninni era uno felice, così diceva lui. Anche ricco, così almeno so io.
I capelli lunghi e arruffati, un accenno di barbetta, ogni tanto pure i baffetti.
Ninni aveva occhi chiari, ogni tanto pure a specchio. E pure un pacco. Ninni aveva un pacco. Un grosso pacco. Un po’ sembrava pazzo, un po’ incredibilmente lucido ed eccellente. Andava sempre a piedi, era instancabile, era pure poco disponibile. Era bello ma non si concedeva, forse per non regalare nulla di sé a nessuno poiché nessuno aveva mai ricambiato granché. Lo riborbottava spesso come quando bolle il caffè: è sopra e tu non spegni il gas e lui sopra bolle e bolle e poi si suicida sul fornello. Grugnugluglu glu, shiish. Granché.
Ninni, Nino, Ninuzzo per i vecchi del paese (“Ninni” non veniva sicuro da Giovanni, ma sembrava più Antonino, il niño… ‘ste cose straniere), era stato apprendista. Di tutti. Sei mesi qui, sei mesi lì.
Sapeva far tutto, e pure niente. Passava sempre in elicottero, diceva lui, ma nessuno sapeva dove e quindi non tutti ci credevano a questa cosa qui. Ma era vero.
E non era vero che non faceva nulla. Aveva studiato: tre lauree per sembrare scemo. E studiava ancora con i soldi che qualcuno sulla sua porta lasciava a sacchi dove sopra c’era scritto veleno. Certe notti poi spariva. Quando tornava vendeva viaggi per la coscienza.
Vendeva nodi. Nodi di corda.
Vendeva scarpaccioni. (Potevano servire come alibi per le mogli: a quest’ora sei tornato? Mi hanno picchiato e sono svenuto, poi la denuncia, il commissariato… che t’hanno rubato? Mi pare niente, sono stato fortunato, duecento euro e avevano risolto la scappatella del venerdi, e come sennò?).
Vendeva pure panini al prosciutto, se serviva.
Vendeva niente e proprio tutto.
Aveva avuto un nonno disertore, ma questa adesso non la posso raccontare.
Aveva avuto una fidanzata seria. Seria come si dice qui, con i presupposti per sistemarsi. Dapprima in segreto, poi la presentò alle sue amiche. Pazzo. Quella sera. Quella sera si sentiva stridore di denti, la carne strappata, il tintinnare di bracciali, guaiti e ringhiare, sudore e crema per il corpo, rossetti e preconcetti, smottamenti di poliestere e cucchiai su terracotta, non era sicuro gliela restituissero intera, forse avrebbe fatto meglio a tenerla nascosta, ripeteva a se stesso masticando pizza divenuta gomma.
La sera più tardi l’accompagnò a casa che era filato tutto liscio. Lei, Teresa, di quella diceva simpatica, di quella diceva molto bella, di quella diceva divertente ma l’indomani Teresa non si presentò, si era fatta quattro conti nella notte, o almeno nella restante parte, voleva rimanere fettina di trinca e non diventare macinato per la polpetta. Questo gli scrisse. E pure non mi sento all’altezza.
Figuriamoci.
E le sue amiche l’indomani, non era seria, è pure finicchia ma quelle cosce, ha l’occhio grosso, tutti quei peli, ha guardato mio marito, ‘sta zoccola, le caviglie e, come si veste?. Legge, fa l’altolocata. I denti, quelle unghie zozze, che lavoro fa?, e come si atteggia, e non mangio questo e non lo bevo quello, e quasi non dormo e quanto cammino… Gli iniettarono i dubbi quelle simpaticone. Sarà stato vero che non era quella giusta?
“Evirata” subito la rivale, dalle donne con le palle, queste pian piano sospesero il giudizio ma solo dopo averle detto puttanella, lofia e “minne a melanzana”, sempre intervallato da ho comprato questo smalto nuovo, hai visto che ti fa l’estetista dei Quattro Canti con tutti quegli sconti, sono uscita nuova, puttanella, quelle minne a melanzana… ho comprato ieri le scarpe in saldo, la borsa milleeuro… e poi se ne scordarono. ‘Sta deficente…lofia e con lo smalto scadente. Scordata, in un singulto.
Solo. Ninuzzo solo.
Poi qualche altra, di nascosto, mai seriamente. Ninuzzo era bello ma stava troppo a sentire la gente.
Talmente tanto che compì 45 anni giocando giocando.
Ninni ora che hai 45 anni che farai? Il giro di boa, il giro di che?
Diciamo che aveva già da un pò di che picchiare la testa al muro, per capire se sentiva scrosciare di acqua. Le gambe ogni tanto gli facevano giacomo-giacomo e qualche volta no.
Frammenti. Frammenti della sua vita si incollavano al suo cervello per roteare per ore e poi atterrare sul gabinetto.
Ci stava su un bel po’ il bel Ninuzzo. Colite da giro di boa. Colite demoniaca credeva lui.
Avrebbe dato un dito per Teresa.
Per tornare indietro a quella sera e, cancellando per riscrivere chilometri di futuro, l’avrebbe portata al mare. Granita e brioche. Soli.
Un dito. Quasi quasi.
Il quasi quasi è un equilibrista. È il filo.
Il quasi quasi è l’attimo resistente dove ti dondoli sulla decisione: destra o sinistra, ma sempre si casca, perché equilibrista non sei. Non ti sovrastimare, dai…
Guardava il pacco sul suo tavolo ancora sigillato (era più di un mese che lo aveva ricevuto), era forse una bomba? Mangiava cucunci e non si decideva, il gallo faceva cuccuruccucù anche alle nove di sera, lui lì che non si svegliava. Il pappagallo, un po’ più indipendente, sceglieva: una volta faceva nel blu, dipinto di blu, a volte rispondeva Palomaaa. Poi scappò.
Sul filo.
A una settimana dal dito della cronaca (quasi braccio), ancora nessuno era andato a reclamare, sì che si conserva, ma più il tempo passa…
Quella mattina davanti al chiosco una macchina nera si fermava come una pantera, shh, un uomo mascarato apriva la portiera e come se il tempo fosse molle, come se tutto fosse bianco e nero, Ninni veniva rapito, spinto dentro e chiusa la portiera puff. A tutto gas.
Tutti muti. Davanti al chiosco. Ninni rapito. Perchè?
Ninni aveva dei segreti. Uno sicuro era la ricetta della buonanima del pesto di rucola più buono della Sicilia, buonanima perché non lo avrebbe mai più saputo nessuno, con Ninni rapito, cosa porcamiseria ci metteva dentro. Caput. A un tratto… Ni-no Ni-no Ni-no
Una volante, poi due. Avete visto chi è stato? Che macchina era? Chi se l’è portato? C’era stata una folata di vento, fu tutto un attimo, la tosse, laringiti, faringiti, raucedine e terrore. Nessuno parlò. Pensavano già tutti che era ora di pranzo e che chiude “il pane” che resto senza, ciao. Fatemi sapere. Buonagiornata.
Nel frattempo al commissariato del dito…
Si presentava un uomo con il braccio fasciato.
Ma lei quando l’ha perso, dove si trovava?
Ero a casa mia. Uno è entrato, uno chi? Che ne so, era mascarato…
Ma le ha tranciato il dito? No, tutto il braccio. Allora niente, non è lei. Salvatore ci sono altri? No. Ma secondo te ‘sto dito assupicchiau?
Nel frattempo a New York un uomo diventava ricco con un dito. (Basta un dito a volte.) La sua impronta apriva tutte le porte, tutte quelle dove i soldi erano a montagne: cassette di sicurezza, conti nascosti, casseforti, valigette. Aveva fatto un patto con Ninuzzu: Ninni gli aveva dato il suo per Teresa, lui ne aveva uno inutile che poi aveva perso, ma Ninuzzo contento lo stesso, così aveva fatto il suo fioretto… senza un dito era… Teresa niente.
(Teresa, ve lo dico io, era a New York pure lei, stava facendo shopping di un certo tipo quando l’avvistarono due di San Giovanni La Punta in viaggio di nozze.)
Alla conta, al commissariato, avanzava un dito e mancava un braccio.
Non si diedero pace mai.
Il pacco rimase lì sul tavolo di Ninni per un po’. Un gran bel pacco. Poi il gallo un giorno ci salì per fare cuccuruccucù e pian piano lo sbeccò, finì arrostito, fumé.

Quindi Ninni, dov’è?

La verità è che, dov’é, è difficile da raccontare con gli ultimi cinquecentonovantatrè caratteri concessi per questo concorso… Pregate per lui, che non scambi pìù le sue dita nemmeno per scherzo, adesso al commissariato risulta disperso. Pensateci bene anche voi, quando vi chiedono una mano, o esclamano darei un braccio, dite che vi chiude “il pane”, e filate. Qui è rimasto solo il pappagallo che scorazza sui tetti. Quando il cielo è blu. Ogni tanto si perde una piuma e poi da lontano si sente Palomaaa, svolazza sbandando, alla ricerca del suo cuccuruccucù. Si fermasse gli farei una carezza…

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calati juncu

Caliti Juncu , Teatro-Canzone con uno spettacolo ispirato dall’omonimo libro di Salvatore Barone, Operaincerta Editore. Testi di Agata Raineri, musiche originali di Alessandro Cavalieri, al pianoforte il maestro Pietro Cavalieri. Con Saro Pizzuto e Agata Raineri. Ospitati dal centro cinofilo Sottotimpa, Valverde.

e fino a qui …

ou, si mangia, specificato nel prezzo del biglietto, si mangia. (prendete fiato): E si mangiau prima dello spettacolo in un posto che è uno spettacolo che ha fatto da cuccia allo spettacolo del ricordo emozionante di quanta emozione c’è in un legame che, forse, a salterello, è pure più forte di quello che ci lega ai genitori. Il nonno e sua nipote. Lo so, era lunga.

Quindi a stomaco quietato, che è la formula più sana per una quieta stasi sulla seggiola attorno a un tavolo dove non c’era, nonostante il prato, nemmeno una zanzara, LO SPETTAcolo calau, come la birra, fresco fresco, a mettere in connessione nannu e niputi, ma non solo loro, pure noi, nanni e niputi. Io personalmente sono facile da trascinare per questo canale ma ero distratta. Sì. Dalla metamorfosi di Agata, a niputi, che nica nica, generalmente parla piano, non si arrabbia, ma se lo fa, miagola un pelo più forte e allora stavo lì a osservare il crescendo, eheh, ora patti, dai, sì. Ebbè, poi canta. E canta su musiche e parole di una certa qualità, Alessandro è di spessore e mi sono incantata a guardare quando quello spessore era vicino allo spessore da cui proveniva, cioè suo padre, Pietro Cavalieri. Preciso, elegante, austero, lineare. Nel caso questo, di iddi sa cantanu e iddi sa sonanu, che spero si scriva così altrimenti porgo la spalla destra (che sulla sinistra dolente c’ è il vaccino che volevaTE), dicevo, questo caso esatto genera una commistione di cose molto buone, chessò, quando la nonna faceva la caponata cu tutti i crismi, fritti tutti gli ingredienti a uno a uno, che oggi due etti dovrebbe sfiorare i mille euro come minimo… una caponata fatta ad arte, un odore di cacao spolverato sopra, aggiunta “moderna” a una ricetta storica. E un nonno confortevole. Nonno Pasquale. Saro Pizzuto.

Nonni che sono l’enciclopedia dell’infanzia, la voce che risuona sempre dentro di noi, come monito, con un sorriso.

Che dire, che vi posso dire. Niente. Se affiora emozione, se spunta rievocazione, se nasce il paragone, se viene la pelle d’oca e non siamo a dicembre, lo spettacolo funziona. E addirittura, azzardo, ogni singola parte è spettacolo e andrebbe gustata a sè, ma il tempo non c’è mai, per la sola musica, per la sola recitazione, per il solo canto. Qui c’era tutto in un’unica iniezione. Ma non era vaccino, di malinconia per le proprie radici ci si ammala lo stesso e non viene più lieve se non stemperandolo con una risata. Touchè.

Sicchè ho comprato il libro…pronta a tuffarmi nelle parabole, nelle “maledizioni” (percepite tali dagli adolescenti) dei nanni, come quelle predizioni prima di uscire di casa, con la canottiera, sulla vespa e lei, me nanna, era lì a pronosticare ” a frevi e a pummunia” azz…e l’nfluenza arrivava la sera. Allora subito a pagina 53, calati juncu ca passa la china che non è sottomettiti a tutto, ma si umile e riconosci ciò che è più forte di te, abbassati per non farti spezzare, sii più intelligente che presuntuoso…io chissà che credevo. Vado a leggere il resto, c’è mia nonna in questo libro. Pure la tua.

hdr