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uomomediodifFORme: vernissage, what?

Clitoride non è esattamente un nome chic per un pub. Di sicuro non ti aspetti di mangiar pesce soprattutto perché nell’insegna ci sta, bello grasso, stampato, un maiale.

Già immagino uno che ti deve dare appuntamento là…si ci vediamo alle 9 e quaranta.

Chissà quanti uccelli, pensi tu, sbeffeggiando. Pare sia un posto per gente con i soldi, le donne vanno vestite da troXa. Le solite leggende metropolitane… Però non deve essere facile, effettivamente, ordinare pietanze come la zoccola, supponendo che magari ne arrivi una vera e si porta via il tuo ospite. Nessun uomo è immune alla fantasia, diciamocelo chiaro, anche il migliore pezzo da novanta si rivela una bestia, per cosa poi? 

Io ho deciso di andarci da sola, volevo vedere chi fosse il proprietario, di sicuro, pensavo, ostenta e si vanta di estrema conoscenza della fixa e di arti amatorie, cinque minuti e sarà vaffanculo, li conosco questi così. Arrivo lì, ordino spaghetti al sugo di riccio cercando di capire questo proprietario chi è. Nulla. Questo mi costringe a gustare la pasta. Buona, non posso recriminare ancora, pazienza…vado a finire il mio Insolia nel cortile. Il vento leggero e caldo fa il solletico a me e fa dondolare le cime degli alberi.

Resto seduta al buio in un magnifico silenzio finché non mi rendo conto che accanto, leggero come un fantasma, si è seduto un uomo dal viso estremamente elegante. Resto un po’ interdetta per bellezza, la scoperta e per il libro che tiene tra le mani. Inizia a raccontarmi quella storia, così, come se ci conoscessimo da sempre, in maniera semplice. A un tratto mi parla di vernissage, poi si ferma e mi chiede se per me è un inizio o una fine. Non ci penso più di tanto -una fine- rispondo. Sorride con gli occhi. Parte il primo tempo.

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Il cortile si è spoStato

quello su tela (da cui la copertina di Cortile Cacao) è andato a farsi un giro per Catania e si è fermato a Palazzo Arcidiacono

https://www.palazzoarcidiacono.it/?fbclid=IwAR1bh8eEnFvOMWEwZG1DIAvWjr5IAoZfojMJIVJ0Oj4tPU5y_kqrpTpvgGE

da adesso un pò di quadri andranno in vacanza lì, beati loro. Grazie a Livio e RoBERtina.

il posto è incantevole e il centro di Catania per me è stato, per un bel periodo, la conca di un certo sogno.

Un sogno lungo più di un anno, immotivato, senza alibi, solo istinto. Puro e semplice.

Li chiamiamo sogni quando non li percepiamo possibili nella proiezione della nostra vita o perchè li sogniamo solo noi e gli altri sembrano essere fin troppo svegli su certezze fatte di nulla o rispettabilissime paure.

Me ne sono accorta questa primavera.

Nessuno DI NOI ci aveva pensato veramente prima di essere recintato di paura e di lock down, almeno questa è la mia percezione, che certi sogni posticipati possono finire nello scarico fognario senza avere provato a metterli in scena veramente e non ne resta traccia, tranne la malinconia. E che forse, invece , valeva la pena di creare un attimo la scenografia, mettere lì gli attori, anche in tuta, con la canottiera slabbrata, i capelli senza messa in piega, le calze con peli del cane raccolti nel tragitto tra il letto e il bagno… e provare le scene, almeno un atto, almeno uno.

Ci vuole coraggio. Credo. O forse pazzia.

Non è forse pazzia, invece, rinunciare? il ragionevole dubbio.

Quando ci si incontrava dal fruttivendolo un giorno si’ e uno no, e le nostre case erano piene di cibo e organizzate per la “guerra” molti di noi hanno realizzato che si muore. C’è chi l’ha realizzato eccessivamente poi…quelli che la tv e il social network…quelli che se non mantieni distanza con il tuo carrello dal mio ti abbaio che ti faccio diventare sordo, quelli che l’isteria, il dubbio, l’untore, quelli che la parola untore non l’avevano sentita dire mai e io, che una sera dovevo andare a lavoro, era saltata la corrente, per strada nebbia e nessuno e la sensazione di troppo silenzio, di morte, di non avere via di scampo… che se ti succede qualcosa non si ferma nessuno, nemmeno per rubarti la macchina che può essere infetta pure lei, che non puoi andare verso e nemmeno tornare indietro, a 30 km orari su un limite che era bardato di sospetto, egoismo, urgenza di sopravvivere all’altro e in preda a scosse violente, le gambe che saltavano quasi fin sopra lo sterzo, le mani che non riuscivano a tenerlo fermo, il cuore che trapanava nel petto, ansia, dolore, temporanea inabilità , ho capito che non c’è via di scampo da certe cose lasciate appese. Ho accolto il ragionevole dubbio che non aver vissuto certi sogni non sia servito a nessuno…

il ragionevole dubbio è diventato amico mio. I preconcetti, che già non ospitavo volentieri per nausea ed esperienza, hanno lasciato spazio a una curiosità senza troppe impalcature, senza giochetti, arresa.

Che primavera…Ninni che se ne è andato, un pelouche che mi ha dato i bacetti sul collo per 10 anni, sta sotto a un gelsomino e pure sopra a un quadro e da lì mi fa l’occhiolino, una laurea seguita con il pigiama e l’asciugamano sulla testa dopo lo shampoo, il mascara sbavato e la sigaretta, nessun abbraccio e auguri solo whatapp, gli allarmismi, i comunicati in tv, la mamma con le lacrime agli occhi che non ti può dare i bacetti, che poi in realtà se li prende lei, tutti, , il saluto coi gomiti, il disinfettante che prima era di marca e la gente si faceva pure la doccia, le false informazioni, le false percezioni, le procedure, i comunicati in tv rivisti e corretti, la tosse che non ne hai ma ti viene in fila alla cassa… Per capire cosa vuoi veramente devi rischiare di perderlo, per una sorta di atrofia delle emozioni. La vita stavamo perdendo. Tra chi ha rischiato, chi l’ha fatto, di morire intendo PURTROppo, chi ne ha solo avuto paura siamo arrivati qui ebeti e, mi auguro anche voi, ricchi di bilanci. Io credo che valga la pena battere la paura con emozioni eguali o pure più forti. Vale la pena provarci. cHE SIA volARE O scavare. Provarci. Io credo.

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PAnciNI

I bambini afferrano i doppi sensi e li ingoiano e poi il loro pancino diventa un pancione. Pesante come un elefante, mi hanno suggerito qualche giorno fa. Sì, me lo ha detto la mia microassistente.

Elefante.

Ci penso e ci ripenso , e penso pure alle gastriti, quelle che ci facciamo venire ingoiando battute acide, amori andati a male, commenti scaduti, intenzioni riscalDate, roba rimessa sul fuoco disperatamente che sicuramente il giorno dopo può andar bene ma, troppo tempo dopo, non si fa più digerire. Ma questa è la mia sensazione, quella di una con le intolleranze (non chiedetemi perchè, chiedetevi se ne avete voi, se ne hanno i vostri figli: cosa è esattemente che non si riesce a tollerare?).

I grandi possono cambiare strada, cambiare le cose, proteggersi. I piccoli devono tenersi l’elefante… nascerà una storia da questa cosa, abbiam deciso:

sArà la Storia di Sofia e di Lele, il suo pancino.

La mia microassistente mi ha detto che devono essere disegnati in maniera distinta:

SOfia a sinistra , Lele a destra, grande, molto grande.

CI vuole stomaco, mi viene da dire. Una pancia. Una pancia grande per aiutare i pancini.

E storia sia…