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Ninni

La donna di Elia.

Si chiama Ninni. Elia che vaga da un certo lasso di tempo nella polluzione di un cielo un po’ cattivo, chissà perché, cattivo con lui. Un po’ si affacciava il sospetto che ci fosse un inciucio di soprannaturale, eh. In fondo era lì da sempre con le sue buone cure, con nessuna speranza a dire il vero, con la grande malinconia di una particella vagante. A suo pensare, a conti fatti, dopo un’esplosione di stelle. Così gli aveva spiegato Ninni che di stelle era ferrato. E per un certo lasso di tempo ha anche creduto che un pezzetto di sé, di quella massa di stelle fosse lei, Ninni. Vuoi perché si incastravano perfettamente. Vuoi perché parlavano dello stesso amore quando se lo concedevano. Lo vedevi nelle frasi. Tipo, passami il caffè. lui. Passami. lei. Uh. Il Caffè. lui. Si. Il caffè. Ecco. Sì lo so, non lo avete capito. Era un gioco di chi inizia la frase e e di chi ripete l’ultima parola. Fino a che la tazzina non arrivava a destinazione. Ecco. Di certo leggendolo, chi ha giocato con Ninni le sere che Elia non c’era, perché c’era quando Elia non c’era quella sera, come vi ho già raccontato, riconoscerà il teatrino. Ripetibile. Incollato. Adesso Elia lo sa. Elia la amava da sempre, da molto molto tempo passato a spingere lancette e cercarci dentro qualcuna che le somigliasse un po’. No, non il viso. Gli occhi cattivi, la carne chiara e sottile che si increspava liscia e piccola piega, liscia e piccola piega, attorno ai suoi begli occhi e quelle fossette quando aspirava il fumo che snellivano un profilo netto verso un cucchiaio con il labbro sorretto da un naso deciso. E sembrava più cattiva. A mollo nelle sue visioni personali e avvolgenti. A volte Elia ci entrava, a volte aspettava seduto di lato su quel divano blu. Lo conoscerete il divano blu. Dai, qualcuno di voi lo conosce. Non alzerete la mano, lo so. Ma non perché non vi sentite autorizzati da quello che provate con lei. Perché sapete che la sua punizione, anche solo con gli occhi saprà essere devastante. Nessuno deve sapere.

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